Il linguaggio come forma di rispetto e cittadinanza
La lingua che usiamo ogni giorno è più che uno strumento neutro di comunicazione: è il primo modo in cui riconosciamo l’altro, dicendogli che esiste, che conta, che ha un posto nella comunità. In Italia, negli ultimi anni, diverse università e istituzioni hanno elaborato linee guida per un linguaggio non discriminatorio e rispettoso del genere.
Prendersi cura del linguaggio significa prendersi cura delle persone. Non è una questione di formalismi, ma di responsabilità civile. Le parole possono ferire o guarire, escludere o includere, creare distanza o avvicinare. Per questo sono importanti.
Qualche esempio istituzionale
L’Università di Venezia Ca’ Foscari ha pubblicato le sue Linee guida di Ateneo 2024, in cui invita docenti e personale a declinare sostantivi, titoli e professioni in base al genere, a evitare il maschile sovraesteso e a utilizzare un lessico inclusivo in tutte le comunicazioni. Lo stesso orientamento lo ritroviamo all’Università di Pisa e in molte altre realtà accademiche. Persino l’UNI, l’Ente Italiano di Normazione, ha dedicato una prassi specifica al tema, riconoscendo che la lingua non è mai neutra, ma modella la realtà e i rapporti di potere.
Fare attenzione a come scriviamo e parliamo non è questione di “politicamente corretto” ma di equità. Un bando che indica chiaramente “ricercatrice o ricercatore” non è più pesante, ma più accurato: dice a tutte le persone che sono chiamate in causa. È come aprire una porta, invece che lasciarla socchiusa con la speranza che chi sta fuori si senta comunque accolto.
Comunicazione empatica e sanità: la parola che cura davvero
Ci sono contesti in cui il linguaggio non è solo un veicolo di rispetto, ma diventa parte integrante della cura stessa. La sanità è uno di questi.
Uno studio condotto su 129 medici neoassunti in tredici ospedali dell’Azienda USL Toscana Nord Ovest ha dimostrato che la formazione alla comunicazione clinica aumenta in modo significativo i livelli di empatia, sia emotiva che cognitiva. In altre parole, chi è formato a parlare e ad ascoltare meglio diventa anche un medico migliore.
Non si tratta solo di essere gentili: le parole hanno effetti concreti. Dire a un paziente “non c’è più nulla da fare”, può generare disperazione; dire invece “vediamo insieme quali passi possiamo ancora compiere per la tua qualità di vita”, trasmette la stessa verità, ma con un senso di vicinanza e unione. Non si nega la difficoltà, ma si riconosce la persona, comunicando – insieme alla diagnosi e alle possibili terapie – che non è sola in questo percorso.
Anche i pazienti stessi riferiscono che un linguaggio comprensibile, privo di tecnicismi inutili, aumenta la fiducia e riduce l’ansia. Spiegare una diagnosi in modo chiaro, rispondere alle domande semplificando ma senza banalizzare, ammettere quando non si hanno certezze assolute: tutto questo non è tempo perso, è tempo di cura.
Linguaggio inclusivo: genere, differenza, rappresentazione
Il linguaggio di genere è forse il terreno più evidente del dibattito. Parlare di “la sindaca” o “l’avvocata” non è una fissazione grammaticale, ma un riconoscimento sociale. Per secoli, titoli e ruoli sono stati declinati quasi esclusivamente al maschile, con il risultato che la presenza femminile è stata resa invisibile.
Le linee guida dell’UNI lo dicono chiaramente: le parole non descrivono soltanto il mondo, lo costruiscono. Se un regolamento accademico parla sempre di “studenti” e mai di “studentesse”, il messaggio subliminale è che la norma, la regola, il riferimento, è maschile. Includere entrambe le forme, invece, significa rappresentare fedelmente la realtà e restituire dignità.
Molte università, da Chieti a Pisa, dal Piemonte Orientale a Bologna, stanno adottando regolamenti interni per rendere inclusivi i propri moduli, verbali, comunicazioni ufficiali. Un esempio pratico? In un modulo per la domanda di tesi non si scrive più “il laureando”, ma “la/il laureando/a”. È una piccola modifica, ma cambia la percezione di chi legge: qui c’è spazio anche per me.
Digitale, online e comunicazione istituzionale: nuove sfide, nuove responsabilità
Nell’era digitale le parole viaggiano più velocemente, raggiungono pubblici più ampi e hanno un impatto immediato. Una mail mal scritta può generare confusione, un post ambiguo può innescare conflitti, un commento poco accurato può trasformarsi in un attacco virale.
Per questo la cura del linguaggio è oggi ancora più urgente. Scrivere online significa rivolgersi a persone molto diverse tra loro, con livelli di istruzione, età e sensibilità differenti. Non è solo una questione di forma, un messaggio incomprensibile o esclusivo può diventare una barriera.
Anche le istituzioni stanno riconoscendo questo rischio. L’Agenzia delle Entrate, ad esempio, ha diffuso linee guida per un linguaggio rispettoso delle differenze, mentre l’Accademia della Crusca continua a ribadire l’importanza di un uso non sessista della lingua. Insistendo che non si tratta di un dettaglio burocratico: è un tentativo di portare equità e rispetto anche nelle relazioni quotidiane tra cittadini e pubblica amministrazione.
Resistenze e obiezioni: come affrontarle
Naturalmente, ogni cambiamento linguistico incontra resistenze. C’è chi liquida la questione come un eccesso di “politicamente corretto”, chi teme che i testi diventino troppo pesanti, chi pensa che certe formule siano innaturali.
Eppure la lingua è sempre cambiata: parole che un tempo sembravano strane o inopportune, oggi sono ovvie. L’esperienza dimostra che, con l’uso, le novità diventano abitudine.
Si sta iniziando con piccoli passi: un’università che aggiorna i suoi moduli, un ufficio che rivede i titoli nei contratti, un medico che spiega una diagnosi senza tecnicismi. Ogni gesto contribuisce a cambiare la cultura vigente.
Il valore concreto delle parole
Quando scegliamo con attenzione il nostro modo di comunicare, riduciamo i rischi di incomprensione, alleggeriamo conflitti, costruiamo fiducia. Parlare bene non è un lusso ma un atto quotidiano di rispetto e di cittadinanza. E a volte basta una sola parola detta con cura per cambiare la giornata – o persino la vita – di chi ci ascolta.




